Ti è mai capitato di passare davanti a una vetrina spenta e pensare, quasi d’istinto, “qui c’era un negozio”? Non è nostalgia, è un segnale. In molte città italiane la serranda abbassata sta diventando un paesaggio abituale, e la “verità” è meno misteriosa di quanto sembri, ma più scomoda: non è un singolo colpevole, è un incastro di fattori che sta schiacciando il retail tradizionale.
I numeri che fanno rumore (anche quando la strada è silenziosa)
Tra il 2011 e il 2025 hanno chiuso oltre 103.000 negozi. Negli ultimi 10 anni il conto complessivo è cresciuto ancora, e le proiezioni parlano di un rischio concreto per altri 100.000 punti vendita entro il 2030. Nel frattempo, i tavoli di crisi al Ministero delle Imprese e del Made in Italy sono arrivati a 96, coinvolgendo più di 120.000 lavoratori.
Non è solo “commercio”. È lavoro, servizi, quartieri che perdono luce e sicurezza percepita. È anche un tema di economia reale: quando un negozio chiude, non sparisce soltanto una cassa, spesso si interrompe una microfiliera di artigiani, fornitori, logistica locale.
Consumi deboli: la ferita lenta
La prima causa è quella che non fa titoli, ma decide tutto: la stagnazione dei consumi. Le famiglie acquistano con prudenza, tagliano il superfluo, riducono lo scontrino medio. Non è solo una fase, sembra un cambiamento strutturale legato a:
- incertezza economica e timori sul lavoro
- inflazione che erode il potere d’acquisto
- scelta di rimandare gli acquisti “importanti”
E anche quando le previsioni migliorano, il passo resta corto: la crescita attesa del retail è intorno a +1,3% nel 2026, troppo poco per compensare anni di pressione.
Costi fissi: quando il negozio lavora “per stare aperto”
Poi ci sono i costi, quelli che arrivano anche se fuori piove e dentro non entra nessuno. Energia e affitti hanno registrato aumenti spesso oltre +20%, e in molte zone il canone può arrivare a pesare fino al 25% del fatturato. Se aggiungi la pressione fiscale e i costi operativi, la marginalità si assottiglia fino a diventare un filo: negli ultimi cinque anni la marginalità dei negozi è scesa intorno al 12%.
Il risultato è una sensazione che tanti commercianti descrivono allo stesso modo: “Non sto guadagnando, sto resistendo”.
Online, promozioni aggressive e nuova abitudine al prezzo
L’e-commerce non è “il male”, è un canale. Ma dopo la pandemia è cresciuto di circa 60%, e soprattutto ha cambiato la psicologia d’acquisto: confronto immediato, ricerca del prezzo più basso, consegna rapida. Il negozio fisico si ritrova a competere con:
- sconti frequenti e campagne promozionali martellanti
- una percezione di convenienza costante
- aspettative di servizio (reso, velocità) difficili da replicare
In parallelo la grande distribuzione continua a erodere quote, lasciando i negozi di prossimità in mezzo, troppo piccoli per negoziare e troppo esposti per assorbire gli shock.
Importazioni low cost: la forbice che non si chiude
C’è un altro elemento spesso sottovalutato: la pressione delle importazioni a basso costo, in particolare dalla Cina, che nel primo semestre 2025 hanno toccato circa 5,3 miliardi di euro in alcune categorie. Il consumatore vede un prezzo, non la struttura dei costi dietro quel prezzo. E il negozio tradizionale, che paga affitto, personale, utenze, tasse, si trova a giustificare differenze difficili da spiegare in 30 secondi al bancone.
In più, tra rincari tariffari e filiere complesse, alcuni comparti come abbigliamento e calzature hanno subito ulteriori tensioni.
Moda e catene in affanno: non è solo “il piccolo che muore”
La crisi è diffusa. Alcuni segmenti, come la moda, mostrano segnali negativi (anche intorno a -0,8% in certe fasi), e le difficoltà coinvolgono anche catene e gruppi della distribuzione. Quando vacillano i grandi, capisci che il problema non è “il negozio che non si aggiorna”, ma un ecosistema che sta cambiando.
La vera verità: non è inevitabile, ma serve una scelta politica (e culturale)
La chiusura dei negozi non è un destino scritto. È l’esito di regole, costi e domanda che si incastrano male. E qui entrano le proposte: detrazioni fiscali 15-19% per acquisti nei negozi di prossimità, IVA ridotta al 10-15% per due anni, e una cedolare secca sugli immobili commerciali per alleggerire gli affitti.
Se l’obiettivo è riportare ossigeno ai consumi e tenere vivi i quartieri, queste misure puntano a una cosa semplice: rendere di nuovo sostenibile l’equazione “apro, vendo, guadagno”.
Perché un negozio non è solo un punto vendita. È un presidio sociale, una piccola rete di fiducia, una forma di urbanistica quotidiana che tiene insieme persone e strade. E se continuiamo a ignorarlo, un giorno ci accorgeremo che non abbiamo perso solo delle vetrine, ma il modo in cui vivevamo le nostre città.




