Affitti e cedolare secca: ecco i limiti massimi che puoi chiedere per non avere problemi con il fisco

C’è un momento, quando metti online un annuncio o firmi un contratto, in cui ti sembra tutto semplice: “Affitto, incasso, pago le tasse e via”. Poi però arriva quella domanda che fa tremare anche i più tranquilli: “Sto rispettando i limiti giusti, o rischio problemi con il fisco?”. Nel 2026 la risposta passa da un numero preciso, e conviene conoscerlo bene.

Il punto chiave dal 1° gennaio 2026: non è solo “quanto chiedi”, ma quanti immobili affitti

La novità più importante è questa: dal 1° gennaio 2026 la cedolare secca sugli affitti brevi si potrà applicare al massimo a 2 immobili.

Fino al 31 dicembre 2025 il margine era più ampio, perché il limite era 4 appartamenti. Dal 2026, invece, superare la soglia diventa un campanello d’allarme automatico per l’Amministrazione finanziaria.

E qui sta il “limite massimo” che davvero conta: il terzo immobile in affitto breve fa scattare un cambio di regime.

Cosa si intende per affitto breve (e perché i 30 giorni sono una linea rossa)

Per “affitto breve” si intende un contratto la cui durata non supera i 30 giorni. È una definizione fondamentale, perché è proprio dentro questo perimetro che si gioca la cedolare secca “speciale” degli affitti brevi.

Quando si supera questa soglia:

  • il contratto entra in un’altra categoria,
  • spesso scatta l’obbligo di registrazione (secondo le regole generali),
  • e la tassazione può cambiare.

In pratica, i 30 giorni non sono un dettaglio burocratico, sono una specie di confine tra due mondi.

Aliquote 2026: 21%, 26% e poi stop

La Legge di Bilancio 2026 ridisegna il quadro con una struttura molto netta. Ecco come funziona, se parliamo di affitti brevi:

  1. 1° immobile: cedolare secca con aliquota agevolata 21%
  2. 2° immobile: cedolare secca con aliquota ordinaria 26%
  3. Dal 3° immobile in poi: cedolare secca non applicabile, con presunzione automatica di attività d’impresa

Questa è la mappa da tenere in testa quando fai i conti e, soprattutto, quando decidi se allargarti con un nuovo immobile.

Il “terzo immobile” e la presunzione di impresa: cosa cambia davvero

La parte che spaventa non è solo pagare un po’ di più, è il cambio di qualificazione: dal terzo immobile in affitto breve, l’attività viene considerata automaticamente imprenditoriale.

Questo può portare obblighi più strutturati, come:

  • partita IVA
  • iscrizione INPS
  • tenuta della contabilità

È un passaggio che ha un impatto pratico enorme: non è più solo “gestisco due appartamenti”, diventa un’attività con regole e adempimenti tipici dell’impresa.

Puoi scegliere quale immobile “mettere” al 21%: un dettaglio che vale soldi

C’è però un aspetto interessante, e spesso sottovalutato: il proprietario può decidere quale dei due immobili beneficia dell’aliquota ridotta al 21% (in sede di dichiarazione dei redditi).

In termini concreti, vuol dire che puoi ragionare in modo strategico. Ad esempio:

  • mettere al 21% l’immobile che rende di più,
  • lasciare al 26% quello con stagionalità più debole,
  • o quello con più spese e periodi vuoti.

Non è “furbizia”, è gestione consapevole dentro le regole.

Una mini-checklist per non inciampare nel 2026

Se vuoi una bussola semplice, ecco le domande da farti prima di pubblicare nuovi annunci o rinnovare la strategia:

  • Sto facendo affitti sotto i 30 giorni (quindi “brevi”)?
  • Quanti immobili sto locando in questa modalità, 1, 2 o 3+?
  • Ho chiaro quale immobile mi conviene associare all’aliquota 21%?
  • Se sto per arrivare al terzo, sono pronto a gestire un’eventuale configurazione da impresa?

Alla fine, la sensazione è questa: nel 2026 non vince chi corre ad aggiungere appartamenti, vince chi sa leggere la regola e muoversi con calma. E la parola da ricordare, più di tutte, è cedolare: perché è lì che passa la differenza tra semplicità e complicazioni.

Redazione Pontina News

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