Stipendi in Italia e in Europa: perché il divario continua a crescere

Apri la busta paga, vedi il netto. Poi ti capita di leggere che in altri Paesi europei, con lo stesso lavoro o giù di lì, gli stipendi medi sono più alti. I numeri dicono che l’Italia continua a rimanere indietro.

Quanto siamo lontani dalla media europea

Nel 2024 la RAL media italiana, cioè lo stipendio annuo lordo prima di tasse e contributi, è 33.523 euro. In Europa, invece, la media è intorno ai 39.800 euro, l’Italia è attorno all’85% della media UE ed è al 23° posto su 34 Paesi OCSE.

Con la Germania lo scarto è ancora più evidente: in media le paghe risultano più alte di oltre il 60%, anche se questo numero può cambiare parecchio a seconda del settore, degli anni di esperienza, del tipo di inquadramento e anche del costo della vita nelle diverse zone.

Nel 2025 gli stipendi italiani crescono del 3,6%, un passo più veloce dell’inflazione, che dovrebbe fermarsi intorno all’1,5%. Dal 2015 il potere d’acquisto dei lavoratori italiani è sceso di circa il 7%. Gli aumenti in busta paga non sono riusciti a tenere il passo con i rincari e con gli anni di quasi immobilità.

Perché il gap continua ad allargarsi

Le ragioni tornano fuori quasi sempre, in praticamente tutte le analisi di istituzioni come Eurostat, INPS e vari organismi internazionali.

Bassa produttività
Quando la produttività cresce poco, cioè quando il valore generato in ogni ora di lavoro si muove piano, anche gli stipendi fanno fatica a salire.

Cuneo fiscale elevato
Tra quello che un’azienda spende per il lavoro e ciò che finisce davvero in busta paga per il dipendente passa un bel divario.

Frammentazione produttiva
In Italia il tessuto produttivo è un mosaico di tante imprese di piccole dimensioni.

Lavoro sommerso e settori a basso valore aggiunto
Una fetta dell’economia continua a sfuggire ai radar o rimane legata a lavori più tradizionali, spesso con margini molto stretti.

Alcuni professionisti vengono cercati di continuo, strappano aumenti o passano a un’altra azienda, mentre tanti altri restano fermi per anni, con rinnovi piccoli e quasi sempre uguali.

Le differenze dentro l’Italia

Tra Nord e Sud ci sono in media circa 4.400 euro lordi l’anno di scarto, con il Nord che arriva a pagare fino al 15% in più. In testa restano Lombardia e Lazio, mentre Calabria e Molise chiudono le classifiche.

C’è poi la questione del gender pay gap. Secondo i dati INPS, in Italia le donne finiscono per guadagnare in media circa il 20% in meno rispetto agli uomini. In Europa la media si aggira tra il 12% e il 13%. C’entrano carriere spezzate, part time non scelti, meno accesso ai ruoli più pagati e una trasparenza sulle retribuzioni limitata.

Cosa cambia con la direttiva UE del 2023

Entro il 7 giugno 2026, i Paesi UE dovranno recepire la Direttiva 2023/970 sulla trasparenza salariale.

Le aziende si troveranno sempre più portate a:

  1. raccontare in modo più chiaro quali sono le retribuzioni medie per genere e per ruolo
  2. togliere le clausole che bloccano le persone quando vogliono parlare del proprio stipendio
  3. intervenire quando si vede un divario superiore al 5% che non ha una reale motivazione
  4. stabilire criteri più trasparenti per avanzamenti e trattative, così che siano comprensibili a tutti

Il Ministero del Lavoro sta portando avanti il recepimento con il supporto di enti tecnici come INAPP.

Cosa vale la pena guardare subito nella propria situazione

Di solito si parte da tre aspetti abbastanza semplici da controllare:

  1. RAL, non solo lo stipendio netto di ogni mese
  2. CCNL che ti viene applicato e livello di inquadramento
  3. confronto con zona, tipo di azienda e settore in cui lavori

In Italia non si tratta solo di stipendi più bassi rispetto alla media europea, ma del fatto che succede da anni, senza che si riesca a rialzare produttività, trasparenza e qualità del lavoro.

Redazione Pontina News

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